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domenica 20 gennaio 2008

La Tibora (con la o chiusa e accentata) non è un gruppo metal

Se la notte dormi male e sudando è un brutto segno ma si può rimediare, sarai rincoglionito per il resto del giorno ma una sana poltrita la notte successiva e riparti come un kinder cereali.
Se la notte dormi male e ti svegli con un bruciore di stomaco da peperonata di mezzanotte è già peggio.
Se la notte dormi male, ti svegli col bruciore da peperonata e, mentre ti sciacqui la faccia da rockstar, tenti di fare una salubre scoreggia mattutina e ti sghitti nelle mutande è brutta brutta cosa.
Se la notte dormi male, ti svegli col bruciore da peperonata e la salubre scoreggia mattuttina si presenta in smoking marrone ma invece delle mutande contenitive hai i boxer vecchio stile e tutto rotola lungo la gamba come un fiume di montagna in giugno finendo nella pantofola marocchina e sul pavimento del bagno non è che la bestemmia è consentita, è la legge.
Arranchi (anche se sei in discesa) penetrando a fatica nel primo fottutissimo giorno d’inverno olandese dopo due settimane di quasi-marzo. Ti trascini fino alla farmacia, che manco ti ricordi l’ultima volta che sei entrato in una farmacia (anzi sì, è stato quando l’infame macchina dei preservativi s’è mangiata i soldi e ti ha lasciato solo con tutta la tua fertilità) ma non hai tempo per ricordi. Quello che vuoi è medicine per il terzo mondo.
Trangugi senza chiedere. Ora sei come un salame: una strozzatura sopra, una sotto, niente fuoriuscite. Tutto bene no? Tutto bene un cazzo. Tutto il marcio che c’è dentro di te rimarrà dov'è finchè non evacuerai di nuovo. Presumibilmente tra qualche giorno. L’unico modo per liberarti del tuo io interiore è bere e sudare, bere e sudare, bere e sudare.

ps: l'ho scritta in seconda persona così non sembra che mi sia veramente cagato addosso, alla mia età e in occidente

venerdì 18 gennaio 2008

I figli del carnevale

La prossima settimana c'è il famoso carnevale di Maastricht, il momento dell'anno in cui gli olandesi locali fanno quello che si impediscono di fare durante l'anno. E non parlo di mangiare bene o di sparare una palla di cannone che sposti le nuvole. Parlo del caos. Pare che accada d tutto. Pare che certi negozi mettano delle protezioni alle vetrine per evitare di essere festeggiati. Pare che si copuli inebriati e che questo abbia delle conseguenze. Li chiamano i figli del carnevale. E se li chiamano vuol dire che sono più di uno.
Pensavo che non sarebbe male unirsi alle danze, svanire nel nulla e tornare tra vent'anni come nei migliori melodrammi.

lunedì 7 gennaio 2008

RastafarAi

Ritorno a Maastricht e la cittá é piena di bandiere rosso-giallo-verdi. Ci sará un megafestival postnatalizio e rastafariano, essendo l'Olanda il paese piú rastafariano d'Europa. Un megafestival con spiaggetta e venticiello e sole, anche finti, e ritmi in levare e nuvole di fumi e good bibration.
E invece no, é solo la bandiera del carnevalecht dev'essere anche degno di nota, secondo le voci, con giorni e notti di bagordi collettivi e chiusura delle azziende, ma che io non vedró.
Se mi si concede un'osservazione che sarebbe meglio non concedermi, sembrano dimenticare, gli amici olandi, che il carnevale é il luogo dove succedeono tutte le cose che non possono succedere gli altri giorni,la negazione in atto dello stato delle cose. Tutto il contrario di quello che può rappresentare una bandiera. Il carnevale sono tutti i colori, non é che puoi prenderne tre e dire questi sono i colori del carnevale. E' come dire improvvisa ma solo con il Mi, il Fa e il Si. In fondo peró la coerenza é solo il pretesto che la gente che non vuole puntare il dito usa per puntarlo senza la spiacevole sensazione del sentirsi in colpa.

Dopo questa sparata da intellighentius posso togliermi gli occhiali da nerd e il sorriso stupido da sapiente e tornare a parlare di culo e di merda, e dell'anima che la conserva. In fondo a carnevale si divertiranno pure gli olandesi. Pare che la contraddizione intrinseca della loro tradizione non li turbi punto. O forse è proprio per questo che bevono veleggiando verso la perdizione. Me li immagino, lui vestito da san francesco ingroppandosi con furore biancaneve, entrambi nella sacra estasi carnevalesca, in un vicolo scuro dietro le mura, quando le cose cominciano a vibrare veramente, e san francesco di punto in bianco si ferma, estrae il dono del nonno farfugliand oin preda al semen retentum: "no... non possiamo, capisci... la storia dei colori del carnevale che ho letto su quel blog mi ha fatto pensare... non dovremmo farlo".

mercoledì 28 novembre 2007

Il buon salotto

Avete presente il salotto buono? Quello pieno di oggetti anche fini volendo ma che tutti insieme danno un effetto grossolanamente kitsch, che avrebbero anche una funzione e potrebbero essere usati ma sono troppo preziosi anche solo per essere maneggiati, col tappeto iraniano e la mobilia di legno lucido, il tavolo di vetro, in cui tutto è piantato ossessivamente in un posto preciso, sistemato , in modo che tutto si incastri con geometria divina e minimo spreco dello spazio espositivo, spolverato con frequenza spropositata rispetto al suo utilizzo. Quelli che devi usare le pattine e i sottobicchieri. Così perfetto che il solo viverlo lo rovinerebbe. E lo vedi che le poltrone non hanno preso la forma di nessuno.
Ecco, Maastricht è così, col fascino medievale e le vetrine occhieggianti. Piatta e addobbata come un'oca che finge di sapere. Non gliene puoi neanche fare una colpa.

martedì 16 ottobre 2007

Oh Lord! Bring me to your home!

in olanda più della metà della popolazione dichiara di non credere. c'era un particolare però che non mi tornava, il fatto che maastricht è piena di chiese, anche belle, se volessi fare lo sborone ti direi anche che sono gotico fiammingo ma in realtà sto solo sparando a caso. ma non in tutte le chiese si celebra la sacra pantomima. altre liturgie hanno soppiantato i pateravegloriasempresialodato. per esempio per la modica cifra di una pensione minima si puo pernottare nell'hotel chiesa (il nome non è chiesa ma non importa), che sta in una chiesa, appunto. poi c'è la chiesa libreria e cafè, superchic e luminescente di rosoni, in pieno centro, incastonata tra una twin tower di negozi la via dei bar. e poi c'è la mia preferita, la sagrada familia dei poveri, con strane sculture scure. solo che è rinchiusa da transenne arancioni ormai storte, cresce erba dappertutto, e la facciata è terra franca dei simpatici piccioni. come se non bastasse dà su una rotonda.
passando di fronte con il compare jan, mi fa: "se la domenica il signore riposa ma lo stesso giorno vanno a casa sua, tutti nello stesso momento, e cantano sempre le stesse nenie. non è che gli danno fastidio?"
Forse che per gli olandesi l'etica vale più della spiritualità? Magari non è che sono meno fedeli, sono semplicemente più prudenti e rispettosi, e preferiscono non disturbare.

lunedì 15 ottobre 2007

Tales from Heaven69

in finlandese il sospensorio anche detto paraballe si chiama paskahousu, the egg protector. in inglese il guastafeste è il party pooper, si dice che i problemi sono sempre difficili ma le soluzioni in sè sono sempre semplici, in tedesco si dice der Weg is das Ziel, la via è il fine, the way is the purpose. in inglese dubito, il gioco con le carte, si chiama bullshit, che suona meglio, suona meno gay. e ha molto più senso. se in russia hai l'anello al pollice sinistro sei frocio. e fidanzato. poi c'è questo tipo, dice jan, che compra una bella scatola di sigari, di quelli che sanno ancora di coscia esotica dei caraibi. va all'assicurazione e assicura i sigari. contro incendi e altre calamità. il monno è pieno di gente abbiente che si assicura la dentiera del nonno, il gatto obeso o l'apparato riproduttivo: nell'ambiente sono conosciuti come PDS, penni da spollare. e facciamoje er contrattino. il nostro torna soddisfatto, se li fuma con calma, poi torna all'assicurazione e denuncia l'incendio dei sigari, sono combusti in piccoli pezzi, dice. vince la causa e un bell'assegno alla mike bongiorno
con scritto 15 mila dollari. ma stiamo parlando degli States, uno stato che da solo occupa il 70% degli avvocati di tutto il mondo. e il 70% non sono un bel po', sono tanti. l'assicurazione ricorre in appello e lo denuncia di rimbalzo per piromania e danneggiamento di (sua) proprietà. l'assicurazione vince e il nostro john deve pagare 29 mila dollari, e 6 mesi di carcere. Come dice il compare Wouter: "America sucks. But they have really good music".

venerdì 12 ottobre 2007

Bevi l'acqua delle Fiji che fa tanto bene

"Perché viaggiare fino alle isole Fiji nel Sud del Pacifico per un sorso d'acqua? La falda acquifera delle Fiji é un ecosiustema vergine ai margini di una foresta pluviale primitiva, a migliaia di chilometri dal piú vicino continente industrializzato. Questa falda artesiana naturale protegge l'acqua fino alla fonte, dove viene imbottigliata e poi spedita a te."
FIJI
BOTTLED IN FIJI
SHIPPED TO YOU
Dopo averci fatto credere che esiste l'acqua che ti fa fare tanta plin-plin (tutte le acque fanno fare tanta plin-plin, basta berne, è un processo naturale) adesso ci portano l'acqua dall'altra parte del mondo, acqua che è abituata a vorticare in un altro senso e che arriva in Europa dopo giorni di caldo-freddo-caldo-freddo-caldo-freddo in un container, un toccasana forse per una spada incandescente ma non certo per le vivande. Alla fine non è poi neanche così male. E' acqua.

mercoledì 10 ottobre 2007

Consigli per beoni

Parliamoci chiaro per una volta. Da una parte celebrare il vino come prodotto del rapporto dell'uomo con la terra, sostanza specialmente sociale o elemento che muove la cultura negandole la sobrietà perché questo muove la delicata economia della viticoltura italiana. dall'altra invece l'alcol no, l'alcol rovina le famiglie, fa schiantare le macchine che trasportano i giovani nella notte per mettersi la coscienza a posto. Da una parte ai pasti fa bene, dall'altra ti ucciderà.
Non si parla mai dell'atto di bere in sè, dei veri consigli per rapportarsi, ricordiamolo, ad una droga. Dire che l'alcol è una droga è tabù. E' pura e deprecabile bestemmia. Droghe sono quelle fatte nei labboratori, o con le piante esotiche. Il vino cresce sulle piante nostrane quindi non è droga.

Ecco come risolvono la faccenda qui in Olanda, la terra libera per antonomasia, che accoglie i reietti, che culla un prete che non ha mai fatto il prete e celebra la follia, dove puoi pagare una donna senza sentirti un criminale e puoi decidere della tua vita e della tua morte.
Nei locali dove vendono alcolici c'è questo biglietto di un giallo accattivante scritto in 4 lingue con scritto CONSIGLI PER CHI BEVE. Non uno di quelli antisettici da servizio sanitario e neanche quelli da seconda media con i disegnini. Un semplice volantino colorato.
Dopo una breve introduzione sulla sostanza e sui rischi legali della sua assunzione si arriva alla parte che preferisco.

Alcuni consigli per un uso intelligente:
1. C'è una grande differenza tra i diversi tipi di di alcolici. Alcune varietà possono essere più forti di altre. Un bevitore esperto sa/percepisce quando ne ha assunto una quantità sufficiente e si ferma. Se bevi per la prima volta fatti dare alcuni consigli previ.
2. E' opportuno non assumere contemporaneamente alcolici e altri stupefacenti.
3. L'alcol altera la tua percezione. Non usarlo a scuola, al lavoro o nel traffico.
4. L'alcol può produrre talvolta cattivi effetti. Potresti sopravvalutare le tue reali capacità e provare malessere. Cerca un luogo tranquillo e mangia o bevi qualcosa di dolce. Non preoccuparti. Questa situazione sarà probabilmente risolta nel giro un'ora.
5. Non assumere alcolici per superare le preoccupazioni. Se bevi tutti i giorni, prova a non farlo per un paio di giorni alla settimana.

Non è forse una maniera di parlare dell'alcol da persone mature a persone mature? No "bevi che fa buon sangue" o "l'alcol fa male". no, dice, adesso lo sai e se fai il furbo so'ccazzi.
Ci voleva tanto?




ps:
in verità questi con(s)igli si riferiscono alla cannabis e il volantino si chiama TIPS FOR BLOWERS, ho solo tolto cannabis e messo alcolici, ma vale lo stesso discorso, e mi serviva come esempio.

sabato 29 settembre 2007

Il nome della Mosa


Mosa: in dialetto trentino, piatto tipico a base di acqua, latte, farina gialla, farina bianca e semolino.

Mosa
: fiume che nasce in Francia e sfocia nel Mare del Nord passando per il Belgio e i Paesi Bassi. In olandese Maas, da cui Maastricht, ponte sulla Mosa.

venerdì 28 settembre 2007

La dignità del macchinone

Ricordo che all’Università la professoressa di psicologia ambientale era olandese (si chiamava pure Maas, casualmente) e un giorno ci racconta che, mentre in Italia tutti i docenti universitari raggiungono l’ateneo in macchina anche se vivono poco lontano, in Olanda chi arriva in macchina è solo un trombone inquinante antisociale e pigro ed è perciò maledetto (nel senso che se ne parla male). E non scherzava. Ho visto in TV qualche ministro arrivare in parlamento pedalando allegramente e preservare il mezzo con un lucchetto. L'ho visti addirittura togliersi un'antiestetica protezione per il pantalòn, come tutti i comuni mortali. Per quanto ne so io potrebbero essere dei magnati del petrolio che vogliono fare la bella figura ecologica, o usare le bici del fratello biciclettaio. Poi però mi rendo conto che questo è quello che un italiano pensa di chi fa le cose con coscienza: penso che ha (non "abbia", ha) la coscienza sporca. Se un potente si mostra così umano ("com'è umano lei!") deve senz'altro avere secondi fini, tramare infingardo nell'oscurità e poi ridere grassamente (come Malefix dei vecchi Acchiappafantasmi, non quelli con Slimer, quelli col gorilla). Probabilmente invece lui è uno convinto. magari non solo non usa le auto blu, ma magari il mezzo non ce l'ha neanche e lo fa per dimostrare agli altri che si può, che una nuova via senza l'oppreessione densa dell'oro nero é percorribile, affidandoci alle possenti leve madre natura ci ha dato, piú due ruote, una catena e una sella antiemorroidale. Fatto sta che a un ministro italiano non passerebbe neanche nell’anticamera. E nemmeno a un sottosottosegretario. Sembrerebbero dei pezzenti, e la dignità è una qualità che va ostentata.

giovedì 27 settembre 2007

Diabolo d'un pedone

C’è una cosa che noti prima delle altre quando metti piede in Olanda. Prima dei canali e delle bici, prima dei mulini e degli zoccoli e di tutte le altre cose viziose che si narrano. La prima esperienza quotidiana fuori dal normale ti capita appena esci dalla stazione. Non è tanto l’esperienza quanto la sensazione che si prova a straniarti: quando sei in attesa di imboccare le strisce pedonali, le macchine si fermano e ti lasciano passare. Se poi tu, abituato a lasciarle andare (invero più per paura che per reverenza) fai segno che proseguano, loro rilanciano la cortesia come se fosse la cosa più ovvia del mondo e allora devi passare. Ecco, passare sulle strisce sapendo che l’automobilista non ti sta maledicendo (perché stai frenando la sua corsa contro i semafori, diavolo d’un pedone!) è una sensazione sconosciuta per noi italici. Calpestare le strisce in serenità è piacevole, sappiatelo. Che ti lascino passare succede anche in Italia, per carità, talvolta. Anzi diciamoci la verità, succede molto raramente. Da noi si presuppone che il passante possa aspettare finché la macchina sia passata. Invece qui hai la veramente precedenza, come, se ricordo bene, riportava ambiziosamente il Libro della Patente (che è la versione nostrana del Codice della Strada).

mercoledì 26 settembre 2007

Il nostro scriba

Internet è ormai il distributore di buona parte dell’informazione. Molte pillole di sapienza su supporto cartaceo hanno anche un (quasi) fedele corrispettivo nella rete. Molte ma non tutte, purtroppo. Tre cose mi mancano più di tutte dell’informazione italiana, tre cose che non si trovano in internet. Si può vivere anche senza, per carità, ma sicuramente godrei del poterle raggiungere. Sono L’Amaca di Michele Serra, le telecronache del MotoGp di Guido Meda e gli articoli sul tennis di Gianni Clerici.
Michele Serra tiene questo quadricino, verso pagina 19 di Repubblica, che è un distillato quotidiano di acume e dissacrazione sulle questioni attuali, spesso calci nei denti vibrati con una finezza irreprensibile e una lucidità invidiabile.
Il Motogp si vede anche da qui, ovviamente, ma guardarlo senza i sussulti appassionati e i calzanti neologismi dello stempiato più storico della TV italiana non è la stessa cosa. Termini come francobollato all’avversario o interiezioni come vietato fumare in pista! quando i pneumatici sublimano derapando fanno dell’esperto ma deragliante Meda un menestrello metropolitano (come direbbe Findut Poteidone), un poeta della sgommata, un cantore della sgasata.
Gli articoli di Gianni Clerici non escono regolarmente, purtroppo. Sono quotidiani in tempi di Grande Slam ma intermittenti nei periodi vacanti. Il vostro scriba, si definisce abitualmente nelle sue colonne. Uno che si presenta così o è così onestamente modesto da mettersi al fedele servizio del lettore o lo fa più prosaicamente per prendere per il culo. O entrambi. Non so quale sia il caso di Gianni Clerici ma questo vostro scriba mi ha sempre affascinato. A prescindere da queste questioni, diciamo, di facciata, i suoi articoli sono scritti da uno che si diverte a dondolare il capo al ritmo di una pallina guardando a destra e poi a sinistra, a destra poi a sinistra, che gode del mestiere che fa,. Non in maniera sguaiata come Meda, ma riportando i particolari più ficcanti, le quisquilie di un osservatore unite all’analisi di uno che ne sa a pacchi, perché ne ha visti, di incontri, seguendo tutta l’evoluzione del tennis, da sport di elite a fenomeno mediatico. Un grande vecchio dello sport, ma soprattutto un amante del gioco.

martedì 25 settembre 2007

Fashion victim

Maastricht, mi spiega Cristiana, che lavora qui da qualche anno, è la città dello shopping. È giovedì pomeriggio e il centro sembra un formicaio di bipedi che trasportano borse di tutte le fogge e di tutte le firme. Ci sono soprattutto olandesi, belgi, tedeschi, ma anche qualche spagnolo e francese. Questi camminatori indefessi si possono suddividere, a prima vista, in due categorie ben distinte: quelli con le borse e quelli col portafogli ancora pieno. Percorrono in ogni direzione questo centro medievale, con le stradine strette e pedonali e le case di mattoni rossi tutte sviluppate in altezza, che ospita fini pasticcerie e gioiellerie gioiosamente protese verso l’attenzione dei passanti. Sopra le vetrine opulente sfilano immobili tutte le firme della moda conosciute e sconosciute. Il gusto della moda olandese, a vederlo da qua, è simile a quello di altri posti, forse meno kitch di quello tedesco, meno elegante (ma anche meno truzzo) di quello italiano e meno stravagante di quello francese. La gente è molto ben vestita, paiono tutti in uscita ufficiale.
Cristiana dice che hanno cavalcato bene l’onda del trattato del 1992, quello dell’Euro, quello che ha decretato il passaggio dall’opportunista Comunità Economica Europea alla più ambiziosa Unione Europea. L’hanno cavalcata dicevo così bene, l’onda, che questo piacevole centro caratteristico e travestito da girone dantesco potrebbe mettersi in lizza per il salotto buono della Mitteleuropea 2007. Certamente il trattato non è stato firmato qui per caso. Siamo nel centro ideale dell’Europa, in fondo all’Olanda e a uno sputo dalla Germania, dal Belgio e dalla Francia. Ma nel centro ideale dell’Europa è la perfetta rappresentazione di quello che l’Europa vorrebbe essere: ordinata, pulita, multiculturale, con retrogusto di tradizione ma ambizioni metropolitane e un’economia che viaggia a vele spiegate. Forse per questo il centro del centro ideale dell’Europa è un crogiuolo pulsante di multinazionali al dettaglio. Gli astanti specchiano nei manichini e si riconoscono un po’.
Il tutto mi pare un po’ stonato, o forse sono io ad esserlo. Mentre fuggo impaurito dalla ressa elegantemente abbigliata, una versione di Rosamunda esce olandese da un pub che sparge sulla via il Raul Casadei nostrano, con tanto coro di ubriachi che arrancano dietro le parole come gregari in fuga all’ultimo allungo.
Rosamunda sarà l’originale o solo una versione di Rosamunde? E se entrambe fossero solo copie di un’altra canzone ancora, una versione primigenia, una UrRosamunda? In fondo i popoli si scambiano le canzoni da sempre. Pensa alla versione da messa di Blowing in the wind di Bob Dylan (dove la risposta, amico mio, sta sospesa nel vento diventa risposta non c’è, o forse chi lo sa, caduta nel vesto sarà: la levità della soluzione del folletto folk, e pure il suo messaggio positivo vengono ridotti a una perentoria e italica assenza di risposte, chè manca solo un ch’aggi’a fa, cumpà?).
Mentre cogito oziosamente sui diritti d’autore delle canzoni popolari vengo risucchiato all’interno di uno di questi negozi di vestiti. Gli uomini accompagnano le loro compagne e amiche in questi proteiformi templi dell’abbigliamento hanno la stessa aria smarrita degli accompagnatori italiani, l’espressione di quelli che stanno guardando un film che non capiscono, che si guardano attorno cercando uno schermo che dia una partita, o perlomeno delle foto di fresche pupattole in lingerie. Lì scopro finalmente che tutto il mondo è paese, che in fondo le esperienze si assomigliano in tutti i luoghi, e questo mi conforta

sabato 15 settembre 2007

Cose da Hundertwasser

Brevemente, secondo il multiforme e visionario artista e architetto Friedrichsreich Hundertwasser (di cui consiglio la gustosissima teoria dei cinque strati di pelle e l'apartheid delle finestre), ogni spazio rubato alla natura, civilizzato ma non utilizzato, deve esserle restituito. Nelle case di Hundertwasser non esistono linee rette, le piante escono dalle finestre, sui tetti ci sono alberi e giardini che rigogliono.
Pensavo che le cose da Hundertwasser accadessero solo a Vienna e dintorni, nella casa dell’ecoartista austriaco, o nei luoghi da lui progettati. Evidentemente mi sbagliavo. Nella sala da pranzo dell’ostello StayOkay di Maastricht c’è un albero. Anzi per meglio dire c’è il tronco di un albero. Questo tronco parte sotto il pavimento e sale in un buco nel soffitto. Non è niente di che a vedersi, gli hanno messo i tavoli intorno e potresti scambiarlo per una colonna. Se non fosse largo quasi un metro. Questo vuol dire che non l’hanno messo dopo, ma che gli hanno costruito la casa intorno. Questo vuol dire molto più sbattimento sia nella fase progettuale che in quella esecutiva. La differenza è che poi in sala da pranzo hai un albero che ti impala la casa e ti esce dal soffitto, una presenza reale. qualcosa che è più simile a te che a una colonna di cemento. Te lo vedi un muratore a fare la casa intorno a un albero?

martedì 11 settembre 2007

the crazy check guy

c'è questo ragazzo germanico che studia a maastricht ma vive in belgio. beh, certo si in belgio, a 5 chilometri da maastricht o (come stimato da annuncio) 20 minuti in bici. comunque in casa con questo ragazzo germanico che chiameremo stefan, dicevo ci sta questo ragazzo. stefan lo chiama THE CRAZY CHECK GUY. stefan gli piace la chitarra, e sente questo che suona risuona e suona risuona melodie medievali con chitarra spagnola. allora bussa e quello si spaventa e chiede preoccupato is it too loud? e stefan che è uno tranqui funky fa no, man, i like your music!. e questo è un tipo della cechia ma non è cieco (questa è brutta brutta ma vabbè) e questo tipo della cechia è uno che suona la chitarra ha fatto miliaja di conservatori e master de chitarra e suona solo quella e fa melodie medievali. suona la chitarra tutto il giorno e su e giù de robe medievale. e questo non conosce niente di niente di niente della chitarra moderna. dico, non dico niente django reinhardt niente wes montgomery ma neanche niente jimi hendrix niente tom morello manco kurt cobeine. nien-te. solo medioevo

domenica 9 settembre 2007

Max era Max

Sto seduto nell’ostello della gioventù StayOkay di Maastricht, l’unico ostello della gioventù della città, anche se a dispetto della sua ragione sociale qui di gioventù, quella con l’età ancora giovane, ce n’è ben poca. Nemmeno i prezzi sono propriamente da ostello della gioventù, anche la linea wireless è a pagamento. La tv è sintonizzata sul canale NOS, veramente. Guardo un programma dove scongelano il sangue, ispezionano un rene pronto per l’impianto per poi tagliuzzare la gente, mentre dagli speaker una radio esce red wine red wine make me feel so fine. Solo che non è ne Tom Waits né Joe Cocker, ma un rastafariano, di quelli good bibration! con i ritmi in levare, ma convertito ai piaceri del Mediterraneo. Subito dopo passano un pezzo di cui riconosco le note sghembe: si tratta nientemeno che di Max, di Paolo Conte. Credo di non averla mai sentita in radio in Italia, e mai la sentirò, a questo punto. Così mi sovviene di aver letto anni fa che Paolo Conte è molto famoso in Olanda (come pure in Francia, dove è più conosciuto che in Italia) e che la sua canzone più famosa qui è proprio questa, dedicata al suo chitarrista. Essa parla di questo personaggio più tranquillo che mai e la cui semplicità non semplificava le cose. Un pezzo che si lancia in un assolo di clarinetto bellissimo e sospeso, e poi archi nello stesso movimento trascinante una di quelle melodie che ti si piazzano in testa, e ti fa pure piacere (molti lo sanno: ascoltare Sole Cuore Amore di mattina è una cosa che ti può rovinare l’intera giornata). Max è così famosa in Olanda, leggevo, che tanta gente chiama i suoi figli Max in suo onore, un po’ come Benito durante il ventennio. O perlomeno così dicevano le cose scritte, che dicono sempre la verità. Ad ogni modo sentire Paolo Conte in luogo foresto mi fa sentire a casa, come se da un angolo saltasse fuori mia nonna con un piatto di polenta e spezzatino.

venerdì 7 settembre 2007

La compagnia dei disperati















Està todo jodido
: così, molto prosaicamente, un’erasmus spagnola ha quantificato le mie speranze di trovare una camera qui a Maastricht. Già è difficile se sei studente, ma se sei studente c’è il Kamerburo, un servizio universitario dove si trovano le offerte, ormai ridotte al lumicino, ma soprattutto riservate. Per me che non son più studente la cosa si fa grave. In più tutti vogliono un regolare contratto da un anno, con perdita della caparra (=due mesi d'affitto) se te ne vai prima, mentre a me verrebbe comodo un subaffitto. Ma siamo in Olanda, compare, mica sul Mediterraneo. Le agenzie mostrano a peso d’oro buchi appena resi lucrativi. Tutti mi dicono It’s tough, e io grazie, lo so. Qui all’ostello siamo almeno una decina, di ragazzi che debbono rimanere qui solo qualche mese (dai 4 ai 6) che stanno cercando una stanza. C’è una ragazza spagnola, uno italiano, un brasiliano lussemburghese, due tedeschi, uno londinese, un russo, un ceco, e chissà quanti altri in giro, giocandosi quel che resta a prezzi esorbitanti. Siamo la compagnia dei disperati. Trovare qualcosa a meno di 400 euro è ormai una chimera, e tutto ciò che ho visto finora non è ammobiliato: ciò vuol dire che dovrei dormire in un cartone finché non trovo un letto.
Le mie uniche speranze al momento sono: un numero che m’ha dato un’artista dicendo che però il tipo è un infame e carissimo; una ragazza che se ne va in India e che mi lascerebbe la sua stanza da ottobre a dicembre, ma dovrei passare un mese in ostello; due 50enni che m’hanno fermato per strada pensando fossi Stefano, che mi faranno sapere qualcosa; una mail che ho ricevuto due settimane fa di un posto a 400 euro, di un tipo che se ne va qualche mese. Allora mi sembrava troppo, ma ora è la meglio speranza, a parte la tipa dell’India ovviamente. L’unica è attaccare avvisi e chiedere a chiunque, e quando dico chiunque dico la cameriera, il negoziante, lo studente e tutta la categoria dei passanti. Così è la vita. Chissà che il prossimo non sia quello giusto, o che qualcuno abbia pietà.

sabato 1 settembre 2007

kebab vs. kebab

La carne che riempie i kebab viene da un tronco di cono rovesciato impalato su un asse verticale e rotante su se stesso. Come la terra esso gira su se stesso per essere riscaldato omogeneamente dalla fonte di calore che gli sta a lato. Questo tronco di cono è composto da una pila di sottili strati di carne, unti e sfrigolanti. Mi sono sempre figurato i preparatori musulmani che dispongono una sopra l’altra queste irregolari solette d’agnello fino a conseguire il risultato desiderato, precisi come amanuensi. Da questi coni il taglio verticale con il rasoio da kebab produce dei coriandoli d’agnello che si sciolgono in bocca e che rendono il kebab, con una giusta quantità di verdure e di salse (ma senza cipolla) la mia schifezza salata preferita.
Ora la proliferazione del kebab ha prodotto questa nuova pasta di kebab, omogenea e compatta, fatta probabilmente di macinato d’agnello, che ha tutta l’aria di essere superindustriale. Le rasoiate producono scaglie di kebab, a volte anche grandi come una moneta. A livello di gusto il multistrato di kebab batte abbondantemente il truciolato di kebab. Immaginate l’altra sera come mi sono sentito quando, al dòner kebab alì babà, sulle rive della Mosa, affamato come un normale galeazzi, mi hanno presentato un kebab composto per l’ottantacinque per cento di carne del tipo truciolato, insapore come suole, con una piccola fonda di cetriolo e salse. È stata una tristezza, ecco.