lunedì 22 novembre 2021

I VALDESI I VA AL DODES: come la mia tesi di laurea mi ha portato al 15° campionato italiano di morra

Credits:
Fotografie cortesia di Marcello Galetti e Orlando Morici
"I Valdesi i va al dodes" (I Valdesi vanno fino al docici) cortesia del Barnabi

I morristi non è gente che le manda a dire
(ph: Marcello Galetti)

Quando ero in Erasmus ho fatto una tesina di antropologia culturale sugli studi di Clifford Geertz sui combattimenti di galli a Bali, che mi hanno imparato che il gioco è una cosa seria e può essere oggetto degno di studio tanto quanto le altre cose serieRientrato dalle fiestas madrilegne son stato in Bosnia per costruire una scuola con un gruppo di volontari solandri. In una settimana a far malta e portar birrette ai manovali ho imparato due cose. La prima, fondamentale: aprire le birrette con l'accendino (il segreto sta nella fermezza dell'indice della mano che impugna la bottiglia, l'altra fa una semplice leva). La seconda è che con na man de mora puoi farti amico anche il più burbero dei borari. La morra sapevo cos’era (impossibile non saperlo da queste parti), l’avevo vista mille volte, ci avevo pure provato, ma in Bosnia è avvenuto ufficialmente il mio battesimo. Son tornato con l’arraglio di giocare e la curiosità di saperne di più.
Ho cercato notizie (si stava a cavallo tra l’era delle biblioteche e quella dell’internet) ma ho trovato solo qualche cenno storico, ripetuto all'infinito. L'unico che ne parlava in letteratura era Mauro Corona, fan dello spirito (e) del gioco. Nessuno studioso era mai andato oltre l’accenno. Insomma c'era un buco nella scienza e andava riempito. Si prospettava un lavoro duro, ma qualcuno doveva pur farlo. Quando l’ho annunciato in famiglia mio padre mi ha chiesto se lo stavo prendendo per il culo e gli occhi della gente a cui lo comunicavo mi rimandavano la stessa sensazione (ovvero come si scrive un libro intero sulla morra?). Ho passato il tempo di una gravidanza leggendo tutto quello che trovavo sul rapporto tra gli uomini e i giochi. Poi la sera uscivo di casa dicendo  "ciao mamma, vado a bar... per la tesi!". Intervistavo gente, prendevo appunti, facevo qualche punto. Ho dovuto anche bere oltremodo, una faticaccia.
Ma sto divagando. Mi sono laureato nel 2004, con un buon voto, anche se dubito che il mio relatore abbia mai oltrepassato l'indice. Da allora ho giocato almeno un paio di volte l'anno, non molte di più. In verità sta storia della tesi mi ha anche perseguitato. La gente crede che sia buono a giocare solo perché l'ho studiata, ma non funziona così. Per esser buoni a far cose serve dedizione e io l'ho messa in altre cose. Diciamo che mi difendo con i pari, ma i pro mi sgamano subito. Durante un torneo, l'unico a cui ho partecipato in quel periodo, un vecio che mi stava mazzuolando per bene mi disse con comprensibile spregio "ses pu regolare de na radio de sti ani". Lo ero. Facile che lo sia ancora. Ma se giochi al campetto con gli amici non serve essere Messi.
Nel frattempo hanno cominciato a organizzare campionati italiani (sotto l'egida della Figest, la Federazione Italiana Giochi e sport tradizionali) (qui le altre incredibili discipline praticate), ma io non ne sapevo nulla. Regolarmente qualcuno mi chiedeva di leggere la tesi, io gli davo il link da cui scaricarla e via. Il più entusiasta di questi scaricatori di tesi è stato Fredi Gallo dal Piemonte. Quest'anno mi ricontatta per parlarne al quindicesimo campionato italiano di morra. 
SIGLA!
 

Partiamo dalla Val di Non in due: liberi dal gioco famigliare, io e il mio fido compare di morra (e non solo) Barnabi, vulcanico spazzacamino con laurea, compagno della mia migliore amica, una seria storia di feste santificate insieme. Idles a manetta fino a Milano dove raccattiamo Giacomo, videomaker mantovano, entrato nella storia della Val di Non come regista dello spot di Pomopoly, deciso a puntare le lenti sul torneo. Pranzo in osteria e via verso il tramonto. Letteralmente, che a Torino il sole mi spara negli occhi fino all'intervento provvidenziale delle Alpi.
Villar Pellice è un paesino in tanta mona in provincia di Torino, a uno sputo dalla Francia. Dista un'ora e mezza a piedi pei monti, dicono. Son sentieri dove la caciara dei turisti ha sostituito il silenzio dei contrabbandieri da mo. Dalla Val di Non è quasi come andare nel Lazio. Fredi è occupato coi preparativi, ci accoglie la figlia Claudia (col suo compagno Emanuele). Credeva di dover cenare con dei settantenni, invece le è andata bene dai. Si va subito d'accordo. Ci impara questa cosa dei Valdesi, che son tipo dei cristiani che fanno i cristiani: tolleranza, apertura verso la comunità lgbtq, aborto, eutanasia, rispetto per i miscredenti, matrimoni misti e preti che fornicano senza doversi pentire. Le religioni degli altri son sempre più verdi.

L'unico luogo in cui un dito medio non è un'offesa ma vale "uno" come gli altri.
(ph: Marcello Galetti)


Dopo cena raggiungiamo il luogo dove il pomeriggio seguente partiranno le molestie ai tavoli. Il feltrificio Crumière è una fabbrica di mattoni, creata all'inizio del secolo scorso da un immigrato ungherese, che ha prodotto feltro per decenni con la sola forza motrice del torrente e della gente, prima di fallire come tutto quello che non produce plastica. Macchinari grandi come camion affiorano dal pavimento, come balene postindustriali spiaggiate nelle sabbie mobili. Penso a quante dita di operai si sono inghiottite e si sono perse nel Pellice e magari sono anche arrivate al mare, negli anni delle vacche grasse. Ivan, l'erculeo campione di morra locale, ci mostra divertito il suo nome vergato con un chiodo sul lato della macchina su cui lavorava da giovane. Poco più in là c'è quella che s'è magnata il braccio di suo zio, Mi rendo conto che quelli senza  qualche dito dovevano essere tra i monchi più fortunati, da queste parti. Non abbastanza fortunati da giocare a morra, ma per il resto ok.
Subito pretendiamo una sfida con due boci localz benzinata dall'arquebuse, un liquore dolcissimo (qui la ricetta) che più tardi sarà la goccia che farà traboccare il Barnabi. Sinceramente non ricordo il risultato (direi anche chissene) (ma credo che abbiamo vinto) ma a un certo punto una gamba del tavolo comincia a cedere. Ahi ahi, maledette gambe regolabili. Facciamo che i due che non giocano tengono il tavolo. Non bastasse, alla fine delle tenzoni il tavolo è bello sfondato. Ok, ci abbiamo dato ed eravamo tutti carburati e vogliosi di far valere la nostra morra, ma appuriamo che i tavoli di [boh, legno sopra, legno sotto, qualcos'altro in mezzo] sono piacevoli alla vista ma non  adatti al contenimento della violenza morristica. Il nervo possente del caro buon vecchio legno, serve, signori. Elastico che assorba, duro che tenga. Dopo il casuale ma salvifico crash test, ci ritiriamo, fieri di esserci resi utili alla causa.

Perder punti per strada, brutta roba
(ph: Marcello Galetti)


Il giorno seguente ci presentiamo puntuali. Tutti i tavoli incriminati si sono trasformati in classici tavoli di legno da festa campestre e sono addobbati con copertine di feltro griffate "15° campionato italiano morra" prodotte dalla cooperativa sociale che occupa lo stabile. Mi chiedo se servano per attutire i colpi o per raccogliere il sangue. Lo scoprirò poco dopo. Un po' mi fa strano attutire il rumore di qualcosa in cui la violenza delle percosse gioca un ruolo importantissimo, ma il lato della mia mano ringrazia (anche se poi mi duolerà comunque per giorni). E poi danno un tono all'ambiente.
Partono subito i gironi preliminari. Così anche uscendo subito si son fatti almeno tre incontri. Perdo la prima di un pelo con un sardo, mi rifaccio la seconda con un ragazzo local, ovviamente il gruppo più nutrito e festaiolo, tutti in polo bianca per l'occasione. La terza becco Eugenio, un vecchietto con l'orecchino che fa un po Fonzie ottuagenario. Chi vince passa il turno. Eugenio si è ferito la partita precedente, battendo forte sulla pelle crespa di primavere. Comincia col dorso della mano incerottato. Per me può anche sanguinare. Tanto ora le malattie si prendono per saliva, il sangue è diventato l'ultimo dei nostri problemi. Vince facile la prima, ma gli prendo le misure. La seconda la porto a casa con fatica comunque. Casualmente quando prendo il ritmo ferma il gioco per medicarsi la mano. Lo riprendo scherzosamente, lui si fa una risata. La bella si gioca più in infermeria che sul tavolo. Sul 10-8 per me (in Val Pellice e per tutto il torneo si va al 12), in striscia positiva, Eugenio mette il match in pause per l'ultima medicazione. La morra è una questione di ritmo. Se imponi il tuo ritmo hai già vinto. Se entri in ritmo puoi portare a casa sequenze immonde di punti. I veci sanno quando e come spezzarti il ritmo. Fa parte del gioco. Ça va sans dire, Eugenio si risiede bello gallo e fa filotto. Ci salutiamo abbracciadoci. Comunque, anche avessi passato il turno, obiettivamente i giorno dopo non avrei avuto molte speranze, tipo le squadre africane ai mondiali.

La mano di Eugenio
(ph: Marcello Galetti)


Ci ricongiungiamo con Barnabi per il doppio. Anche lui ha avuto una sorte simile alla mia. Durante una pausa medicazione di Eugenio ho assistito a una sua rimonta furibonda contro un morrista local, che scopro essere stata vana. Il doppio comincia contro i figli adolescenti di Ivan il graffitaro postindustriale. I localz hanno una morra forsennata. Il ritmo è così incalzante che fatichiamo a ragionare (che non sembra ma è fondamentale). Ci schiantano come niente. La seconda parte malissimo. Di fronte a noi un ottantenne e un quarantacinquenne bresciani, accompagnati da una milf bionda tinta in minigonna e tacchi alti che non pare aver capito dove la stavano portando. O forse ha capito benissimo, e noi siamo il suo pubblico. Comunque il vecchio esordisce borioso pretendendo che le mani sia battute "bene", parallele al tavolo. Pessimo esordio, dal punto di vista umano, ma fa il suo gioco. Mi innervosisco e la mia morra ne risente. Gioco incazzato, mi arrabbio con me stesso e impreco quando regalo punti. Loro invece battono scialli come giamaicani e determinati come squali. Prendono il ritmo che vogliono e noi arranchiamo. Con grande sportività ci lanciano qualche "bravo" quando gli mangiamo qualche punto, per incoraggiarci. Siamo stati il loro allenamento. Finisce che se fosse stato all'amore sarebbe durato un'eiaculazione precoce. La terza ce la giochiamo che siamo già eliminati, con avversari già eliminati. Finisce comunque in fretta e male. Per fortuna c'è il terzo tempo. Dite bene che tra gli sport il rugby è il più umano perché prima si menano, poi bevono insieme. Pischelli! Alla morra il terzo tempo è prima, durante e dopo. Check mate, rugby! 

Quello nella cintura non è un coltello, ma un'armonica
(ph: Marcello Galetti)

Becchiamo una coppia di marchigiani appena massacrati da altri bresciani (come avrete capito Brescia ha fatto brutto) e facciamo una morra di consolazione, che finisce al bar. Poi facciamo un 3 vs 3 contro i local, che finisce nella sala comunale/valdese, dove cento persone (tra cui una sessantina di atleti) si rifocilliamo a rossi e bagna cauda. Racconto brevemente la storia della mia tesi e un po' di storia della morra. Ci siamo ritrovati per sfidarci a un gioco le cui prime testimonianze risalgono agli Egizi (e di prima non è che ci siano chissà quante testimonianze). Per dire, la forchetta che usiamo per intingere le verdure nella bagna cauda l'hanno inventata mezzo millennio dopo Cristo e ha comunque la metà degli anni della morra. Mai stato un un fan delle robe vecchie rispetto alle robe nuove, ma a pensarci bene sembra di partecipare a un rituale atavico e rumoroso: sfide, urla e condivisione di vivande, una comunità effimera che si crea e si disfa in un giorno e mezzo. Tra morre improvvisate e grappe ripariamo verso le brande dopo le 2. Eugenio farà le sei con la mano ancora fasciata. Il giorno dopo esce subito infatti, ma ha l'aria di chi si accontenta. Che poi accontentarsi di far festa in confronto a vincere a un gioco è un luogo comune del cazzo. Dovrebbe essere il contrario. La festa dovrebbe sempre essere più importante. Vallo a spiegare ai bresciani, che sono andati a letto con le galline come dei pro. Ci presentiamo la mattina dopo ancora pieni di festa. Riconosciamo tutti gli amigos che ci siamo fatti la sera prima. Abbiamo finalmente tempo di studiare gli avversari. Constatiamo che non esiste una morra, sono tante morre a seconda della provenienza. I local sono velocissimi e sguaiati, tipo Federico Chiesa. I valdostani sono tosti e a tratti al limite delle regole, tipo Ibra. I bresciani giocano puliti, eleganti, robotici, come Ronaldo. Non si fermano tra un punto e l'altro e l'unica pausa che si concedono è per  complimentarsi con gli avversari quando fanno un bel punto ("bravo", inframmezzato da qualche "bravo mille", se sono proprio stupiti), sempre continuando a battere. In ogni categoria la lotta è tra questi ultimi. Orso Truc (con Michel Garnier i vincitori dei nomi più cool del torneo), valdostano che si porterà a casa un paio di coppe, è un veterano di questi tornei. Ci racconta di MorraMundo, il torneo internazionale a cui partecipano anche spagnoli, francesi e sloveni (oltre a friulani e l'altra metà dello stivale, per cui Villar era obiettivamente una trasferta impegnativa). Ammette però che a livello di competizione il campionato italiano è molto più duro (una specie di NBA della morra insomma). "A Murramundo vinciamo sempre noi" e aggiunge "anche perché non ci sono i bresciani". Lol. In effetti dai video che girano i ritmi del mondiale sono decisamente più abbordabili, tipo reggae. Qui vanno tutti al doppio della velocità. Più che ska è skacore. Non mi stupisce che le coppe del mondo prendano sempre la via dello stivale. Ci racconta poi che in Spagna insegnano la morra ai bambini, per farli svelti di pensiero. Non ho trovato conferme a riguardo ma mi sembra una buona idea. La difficoltà che riscontrano normalmente i furesti al loro primo approccio con la morra riguardano proprio la separazione tra quello che batti (il numero che metti con le dita), quello che chiami e quello che pensi nel frattempo (ovvero le combinazioni tra quello che chiami e i numeri che probabilmente giocherà il tuo avversario, basati sulle statistiche in tempo reale di quello che ha giocato fino a quel momento). Si tratta di un'abilità psicomotoria (psico-moto-linguistica?) abbastanza complessa, che si acquisisce con tanta pratica e che sicuramente gioverebbe a dei boci.
Intanto però siamo alle semifinali di tutte le categorie e la posta in palio si fa più sostanziosa (rimanendo sempre nell'ambito della gloria). I bresciani si lamentano delle ambiguità di alcuni valdostani: mani messe di taglio, dita seminascoste, sei ("cisse") pericolosamente simili ai "cinque", sette ("set") pericolosamente simili ai "sei". Non si arriva alle mani (anche se non sarebbe male come scena), ma continui battibecchi punteggiano le partite più accese. Barnabi segue concentratissimo e nota che chi segna i punti, giocati a velocità elevate e spesso senza pause tra uno e l'altro, non può in nessun modo essere in grado di valutare anche se le dita e le parole sono sufficientemente intellegibili e dunque il punto regolare. Comincia mettendoci il becco di sua sponte e in un blitz si piazza sul lato corto del tavolo come un ostinato young umarell a fare l'arbitro, conciliatore super partes degli animi infuocati. Nel giro di un paio di match si guadagna la stima sia dei bresciani che dei valdostani, che addirittura lo vanno a cercare per assicurarsi le sue prestazioni nelle sfide successive. Il livello è così alto che davvero potrebbe vincere chiunque. La tensione è quella delle finali dei mondiali e partono applausi spontanei anche in mezzo alla partita. Ci sono pure gli hipster, suppongo in trasferta dall'uni, che guardano attenti, capiscono poco ma sorridono tanto. Alcuni di loro hanno scoperto l'esistenza della morra stamattina, se lo godono come uno spettacolo teatrale di quelli che non capisci un cazzo. E' obiettivamente uno spettacolo.
 
Barnabi in uno stato di concentrazione totale
(ph: Orlando Morici)


Finisce tutto di nuovo nella sala della sera prima. Spero che bresciani e valdostani si siano presentati con bagagliai abbastanza capienti da contenere tutte le coppe che hanno alzato, o perlomeno siano bravi a tetris. Ci sono tre categorie e alcuni fanno su e giù dal palco come Ligabue. Quando ce ne andiamo ci mettiamo mezz'ora solo a salutare tutta le gente che abbiamo incontrato: l'instancabile Fredi, Claudia ed Emanuele che hanno dissetato tutti (c'era tanta sete), la sindaca  che ha anche partecipato al torneo, i localz, i valdostani (uno è maestro di banda e non ha apprezzato la mia versione punk da cameretta de "L'ora de la mora" della sera prima, lo capisco), i bresciani, i marchigiani, i sardi. Non è proprio questo il senso del gioco e della festa no? Creare una situa speciale e creare legami con persone che non avresti conosciuto che in quei contesti (che è poi la sintesi della parte teorica della mia tesi in due righe)? Gente che magari non rivedrai più ma che ricorderai comunque con affetto. 
Scendiamo le Alpi per risalirle mezza pianura dopo. Rientriamo dalle nostre famiglie a notte fonda. Il giorno dopo Barnabi sintetizza la sua condizione come segue "Triturato, fret, debolezza, ansia, pessimismo e nel pomeriggio me par de averghe avú en infarto. Però la ricchezza della gita mitiga la sofferenza". Siamo degli zombi insomma, ma degli zombi contenti, che han visto cose che voi umani...
Non so quanti possano dire di essere così felicemente debitori della loro tesi di laurea.
 
 
Un po' assembramento, un po' quadro di Caravaggio
(ph: Orlando Morici)


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